Dal Regno alla Repubblica - Comune di Bagnara di Romagna

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Dal Regno alla Repubblica

 

Il toponimo completo Bagnara di Romagna, per distinguere il comune romagnolo da quello di Bagnara Calabra fu assegnato con regio decreto n. 1126 dato a Torino il giorno 11.1.1863. Dopo l'unità nazionale il primo sindaco fu Domenico Giovannini, un uomo tranquillo che cercò di pacificare gli animi e che morì dopo pochi mesi, dopo essere stato scomunicato come tutti i suoi colleghi per aver accettato di collaborare col governo italiano (decisione legata al "Non expedit " di Pio IX). A Bagnara, come nelle altre località annesse al nuovo regno, la gestione degli istituti di beneficenza fu sottratta agli enti religiosi ed assegnata ad una Congregazione di Carità nominata dal consiglio comunale, e furono incamerati dallo Stato i beni ecclesiastici non strettamente necessari al culto. Così la rocca fu sottratta alla Mensa Vescovile di Imola e, previo pubblico incanto, aggiudicata al comune bagnarese. Lo stesso ente locale diede inizio ad un lungo contenzioso con la Mensa Vescovile sulla questione delle decime sui beni immobili di proprietà comunale, deliberando di non riconoscerle affatto ed ottenendo, nei primi anni, sentenze favorevoli, ma non definitive.
 
Nuovi e gravosi compiti furono assegnati al comune dalle nuove disposizioni di legge: finanziamento e gestione della scuola primaria resa nel frattempo obbligatoria, organizzazione dell'avviamento dei giovani alla leva, pure resa obbligatoria, tenuta dei registri di stato civile e anagrafe, in precedenza compito dei parroci, approvazione di diversi regolamenti comunali in fatto di igiene, polizia rurale, polizia mortuaria e altri ancora. A quegli anni risale la costruzione della prima rete fognaria e delle prime pubbliche latrine come richiedevano le più elementari norme di igiene, mentre furono sottratti alla competenza comunale compiti come la bonifica e la difesa del territorio contro le rotte e gli straripamenti del fiume Santerno, lavori gestiti dallo stato con l'organizzazione di squadre di scarriolanti, figure leggendarie della laboriosità dei romagnoli. Con le elezioni comunali del 1870 a Bagnara si registrò un'inversione di tendenza rispetto ai primi anni di radicale anticlericalismo, perché furono eletti molti consiglieri non organizzati in partito, ma moderati, con simpatie verso la Chiesa. Si stabilì così una difficile convivenza tra il sindaco, ancora di nomina regia e pertanto fedele sia alla corona che al governo, e la maggioranza consiliare che esprimeva una giunta di diverso orientamento.
 
Ben presto si deliberò la reintroduzione dell'insegnamento della religione nelle scuole, la devoluzione di fondi per la manutenzione dell'organo in chiesa, per lo stipendio all'organaro e per la restaurazione di altri oggetti situati in chiesa. Furono tagliati i fondi per finanziare la pendenza giudiziaria contro i Morosini, coi quali fu pertanto necessario giungere ad una transazione dopo 15 anni di feroci battaglie. Costoro versarono al comune lire 1.500, in luogo delle 3.531,32 richieste, a patto che non si parlasse di peculato e di risarcimento di danni, ma di volontaria liberalità nei confronti dell'ente pubblico. L'ultimo sindaco di nomina regia a Bagnara fu Giuseppe Morsiani detto Fiori , un ex-macellaio possidente, già perseguitato nel periodo pre-unitario, che tanto si impegnò nel campo sanitario; egli fece costruire i primi pozzi artesiani, fece risanare e riparare molti edifici pubblici, e cercò di mediare il suo rapporto con il consiglio comunale, talvolta a lui ostile. Ma il suo merito più grande fu la costosissima costruzione del ponte in legno sul fiume Santerno, con fondi prevalentemente comunali. Morì nel 1898, in tempo per vedere come ormai le sentenze della magistratura fossero tutte favorevoli alla Chiesa e dopo aver firmato, suo malgrado, il mandato di pagamento a favore della mensa vescovile di Imola, per le quote ad essa spettanti a titolo di decima, arretrati, interessi e spese giudiziarie. In una sola occasione il sindaco Morsiani Fiori subì violenti critiche dai compaesani, quando si disse che aveva esercitato pressioni affinché la linea ferroviaria non passasse per Bagnara, in modo che i locali barrocciai non perdessero il loro lavoro.

L'elezione del sindaco da parte dei consigli comunali fu stabilita per legge nel 1896. Il primo sindaco bagnarese eletto fu Enrico Beltrani, che restò in carica dal 1897 al 1902, poi rilevato da altri come lui di tendenza moderata e filo-cattolica, fino al 1911, quando lo stesso Beltrani sarà rieletto e resterà al suo posto fino al 1914, con la qualifica di pro-sindaco e non di sindaco (forse per aver rifiutato di prestare giuramento di fedeltà al re, come talvolta accadeva quando l'eletto non apparteneva al partito monarchico o non ne era simpatizzante). Quelli furono anni caratterizzati dall'acuirsi di tensioni sociali su tutto il territorio nazionale, dal sorgere di leghe di braccianti e mezzadri sempre più combattive, dal formarsi dei sindacati e dall'entrata in politica dei cattolici. Le tensioni giunsero anche in paese, dove tanta parte della popolazione era da sempre in condizioni disperate, ma che stava organizzandosi. Ogni vigilia di primo maggio mandava in fibrillazione le forze dell'ordine, ma l'episodio più rilevante fu la cosiddetta settimana rossa , che interessò Bagnara senza tuttavia che in paese si giungesse agli eccessi registrati in altri comuni della bassa pianura ravennate. Nelle elezioni comunali di quell'anno, le prime a suffragio universale, sebbene solo maschile, i socialisti ottennero a sorpresa una schiacciante maggioranza in consiglio comunale, ma la grave situazione in Europa, dove era già scoppiata la grande guerra che avrebbe in seguito coinvolto anche l'Italia, non permise loro di mettere in atto grandi innovazioni.
 
La lotta politica appassionata riprese nell'immediato dopoguerra, soprattutto nel 1919-1920 (il cosiddetto biennio rosso) quando i sindacati e partiti della sinistra conquistarono un potere sempre maggiore, imponendo assunzioni e concessioni di appalti e aprendo spacci di generi alimentari. Un giorno particolarmente teso fu il 2 Maggio 1920 quando i socialisti inaugurarono un monumento ad Andrea Costa a cui seguirono scontri che provocarono due morti e la proclamazione dello stato d'assedio a Bagnara. Il 15 marzo 1921 fu costituita in paese la prima sezione del partito fascista, ma le prime squadre che minacciavano e intimorivano coi manganelli venivano dai comuni limitrofi. Ad esempio il 9 settembre 1921 rimase ucciso il giovane fascista massese Medardo Gianstefani, venuto a Bagnara su un camion con una ventina di camerati i quali, tutti assieme, continuarono a scorrazzare perfino dopo aver ucciso l'antifascista Giuseppe Gulmanelli. Seguirono assalti ai locali di proprietà delle cooperative, come avvenne il 4 novembre 1921 quando furono distrutti oggetti e documenti d'archivio, o il 31 maggio 1922 quando furono date alle fiamme le macchine agricole della cooperativa stessa. Nei primi giorni d'agosto di quel 1922 i fascisti tornarono a Bagnara costringendo l'intero consiglio comunale a dimettersi, mentre in ottobre, pochi giorni prima della marcia su Roma , attentarono alla vita del sindacalista Alfredo Cricca, sbagliando persona, per cui rimase gravemente ferito un fratello della vittima designata.

Dopo un lungo periodo di gestione commissariale, il 17 giugno 1923 si riunì il nuovo consiglio di ispirazione fascista, che elesse sindaco Domenico Piani, sostituito nel 1926 da Eugenio Beltrani il quale assunse il titolo di podestà. Ma nel volgere di pochi anni si avvicendarono ancora commissari e podestà, segno di un conflitto all'interno del partito fascista, probabilmente diviso tra il gruppo degli squadristi della prima ora, anticlericali e rivoluzionari, e i nuovi arrivati, per lo più uomini d'ordine ansiosi di rassicurare in fretta la gente con la normalizzazione. Le decisioni prese in quegli anni furono la costruzione di un grande alloggio adibito a casa popolare, la costruzione del nuovo edificio scolastico, portando a termine un progetto risalente al 1914, l'inaugurazione di un parco della Rimembranza e di un campo sportivo in prossimità del fiume Santerno. Il campo sarà poi venduto, dopo pochi anni, al comune di Mordano per una cifra simbolica. Poi si mise in atto un'organizzazione della società sulle direttive del governo nazionale e su un modello para-militare (balilla, avanguardisti, piccole italiane, eccetera), si organizzarono corpi di volontari (spesso convinti con minacce) per la campagna coloniale e per quella di Spagna, nonché squadre di operai, stavolta davvero volontari, che si recarono in Africa attratti da buone paghe.
 
Allo scoppiare della seconda guerra mondiale Bagnara diede il suo contributo di soldati su tutti i fronti, poi di morti, di feriti, di prigionieri. Ma già nel 1944 squadre partigiane operavano sul territorio organizzando attentati ai danni dei soldati tedeschi, gesti di ostruzionismo, propaganda, e colpi di mano tesi all'autofinanziamento. Del locale comitato di liberazione fecero parte esponenti di tutti quei partiti che nel dopoguerra si definiranno "dell'arco costituzionale", oltre all'arciprete don Alberto Mongardi, in rappresentanza dei cattolici.
 
Dal novembre 1944 il paese venne a trovarsi a pochi chilometri dal fronte; e quasi quotidianamente dovette subire i bombardamenti degli alleati oltre ai rastrellamenti e alle razzie da parte dei tedeschi. La liberazione avvenne di mattino dell' 11 aprile 1945 per opera di truppe polacche agli ordini del generale Anders, ma le ore immediatamente precedenti furono drammatiche. Gli ultimi due soldati tedeschi rimasti avevano ricevuto l'ordine di far saltare i punti di avvistamento già minati cioè il campanile, la porta e la rocca nel cui sotterraneo si trovavano rifugiate oltre quattrocento persone. Dapprima furono inutili le suppliche dell'arciprete don Mongardi e di tanti rifugiati per evitare la carneficina che sarebbe seguita alla distruzione della rocca, giacché non c'era più tempo per la sua evacuazione. Il sacerdote tornò ancora alla carica, stavolta spalleggiato da alcuni giovani bagnaresi, e convinse il soldato tedesco a risparmiare quell'antico monumento e con esso la vita di centinaia di persone.
 
Nel triste frangente di guerra, don Alberto Mongardi fu il centro degli aiuti alla popolazione: asilo dei perseguitati, mensa per chi aveva fame, ambulatorio dei feriti. Per la dedizione e gli atti compiuti la Croce Rossa Italiana il 1° febbraio 1947 lo insignì di una medaglia d'argento al merito con palma.
 
Il primo sindaco del dopoguerra fu Silvio Beltrani, già perseguitato durante il periodo fascista, che ebbe il gravoso compito di sovrintendere e coordinare la difficile ricostruzione del paese. La guerra aveva lasciato un tragico bilancio: su un totale di 1970 abitanti erano partiti 272 soldati, dei quali sei risultarono poi dispersi e sette caduti in combattimento; tra i civili si contarono 82 morti (di cui 26 solamente nel bombardamento alleato del 9 aprile 1945), 260 feriti, 29 mutilati. I danni economici, oltre alle razzie e alle altre distruzioni, comprendevano 74 case rase al suolo, 138 semidistrutte, tutte le restanti più o meno danneggiate.

 

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